Le cose non vanno mai come credi

19 febbraio 2012

Caro diario, ci riprovo. In effetti scrivere mi è mancato tantissimo ma in questo lungo periodo non sono mai riuscito a mettermici seriamente. Sono successe tante cose e tante altre che avrei voluto vedere concretizzate sono state falciate dal vento, ma quell’interiorità che mi spingeva a tramutare i miei pensieri in parole è rimasta inibita per troppo tempo. Se è vero che per Freud, l’essere completamente onesti con sé stessi è un ottimo esercizio, io probabilmente sono davvero fuori forma, ma non esiste nessuna dieta che possa essermi d’aiuto. Il fatto è che sono finto con l’allontanarmi così tanto da ciò che mi spaventa che sono finto in isolamento; a tratti la solitudine può apparire attraente, ma è soltanto un lato di essa. Ammalia forse perché da l’impressione che in quel frangente niente e nessuno possa ferirti, ma è solo un inganno, una trappola. Riesci a sentirmi mio caro diario?

Mi sento triste e affaticato: ho l’impressione di rincorrere cose lontane senza mai concludere nulla, non ho mai accettato chi sono veramente; come posso pretendere dunque, che il mondo circostante si accorga di me? Non so come gestire la situazione. Non so come aprirmi di più, non riesco ad avere un dialogo sano con chi mi sta intorno. Tempo addietro ero partito con questo progetto di studiare psicologia all’università con molta energia ma a distanza di tre anni non riesco a capire da dove sono partito, e non riesco ad ottenere i risultati sperati; il lavoro mi chiede tante energie e, quelle rimaste, le spendo nell’idealizzare troppo delle vittorie personali che nella realtà non raggiungo mai. Forse il motivo che mi ha tenuto lontano dallo scrivere è il timore di autocommiserarmi, che sarebbe una delle tante tentazioni che non portano mai niente di buono, pensavo che sarei tornato a scrivere solo nel momento in cui avrei avuto tante belle cose da esternare ma forse persino questa non è stata una grande idea. Ti sono mancato mio caro diario?

Oggi invece mi trovo impantanato: non riesco più ad aprire un libro, perché mi sembra di non saper studiare e di non avere i requisiti, non riesco ad avere un’amicizia degna di tal nome poiché non riesco a dare trasparenza, non riesco a cogliere la sfida del confronto. Forse l’università era un tentativo più o meno inconscio sia di cambiare vita dal punto di vista professionale ma anche sociale, volevo sentirmi inserito e ascoltato, volevo far parte di un gruppo; non voglio più essere solo. Tuttavia lo stress accumulato non è poco, così negli ultimi mesi ho deciso di prendermi una pausa…un’altra sessione d’esami andata a farsi benedire, sono in fila per andare fuori corso e per essere uno di quelli non ancora laureato a 28 anni, uno sfigato insomma. Eh. Mi stai ascoltando mio caro diario?

La mia mente vola, nonostante tutto. Sono terribilmente insoddisfatto, il ché mi porta sempre a fantasticare con poche interruzioni su tutto e tutti; la vita che vorrei, le conversazioni che vorrei, gli stimoli che coglierei…è che mi manca l’iniziativa, mi sento insicuro. Vorrei essere bellissimo. C’è una grossa matassa da disfare, tanto lavoro da fare e spero che scrivere mi spinga nella direzione giusta; devo cominciare a vivere e devo farlo in fretta ma non guardarmi con occhi che tradiscono sfiducia mio caro diario, posso piegarmi senza mai spezzarmi ma questo non significa che io non conosca infelicità alcuna.

Col tempo sai…

21 agosto 2010

Non si può modificare un qualcosa che non esiste ancora.
Non ci si può fidare di uno specchio, chiudo gli occhi solo per un istante.

Il periodo transitorio che sto attraversando è denso di schemi ideologici tra loro in contrasto, tra loro così differenti. I miei vengono accantonati per un attimo. Giusto per fare un po’ di spazio alle inutili conferme che le persone si aspettano da me. Attorno a me tante stelle cadenti, mentre coloro che mi sono rimasti accanto no matter what rappresentano una splendida costellazione. I buoni amici sono come stelle, a volte non le vedi, ma puoi sempre contare sulla loro presenza.

Del senno di poi son piene le fosse ed io non ho più voglia di guardare avanti, la lungimiranza mi ha reso così miope da non riuscire a mettere a fuoco quel poco di astratto che c’è nel mio presente. Tuttavia le sfide che si prospettano all’orizzonte mi mantengono con il fiato sospeso e la mente a mezz’aria. Fuori dalla finestra le nuvole giocano a rincorrersi, mi godo un attimo di tranquillità mentre il tempo vola e tutto cambia.

Col tempo sai…tutto si può aggiustare. La parola “aggiustare” mi piace perché mi comunica il senso dell’impegno che ci vuole per fare funzionare i più complessi meccanismi. E’ una questione di morale distorta ancor prima di venire condivisa. Non mi trovo poi così in sintonia con chi mi sta intorno, non c’è più dialogo; c’è tanto social network, con molta net e poco work. Sembra che la gente giochi a mettermi alla prova: chi esige, chi aspetta, chi pretende, chi prevarica e chi erige un muro solo per vedere se sono in grado di fare breccia…eppure non mi sembra che parlare in continuazione significhi comunicare, si tratta di due binari differenti e forse qualcuno ha perso il treno, evidentemente senza neanche accorgersene.

Since you.

30 luglio 2010

Facile per me risponderti che puoi prenderti tutto ciò che vuoi.
Altrettanto facile lo sarebbe per te, ma il tuo orgoglio prevale sempre.

Poi finisce che il suono del disco rotto che c’era in sottofondo non lo tollero più. Finisce che ti vedo per quello che sei e scopro che non parliamo affatto la stessa lingua nel momento in cui tu ti nascondi dietro un “da te non me lo aspettavo” di pura circostanza; il coraggio di dirmi cosa esattamente ti aspettavi viene a mancare di lì a poco…anche se non ce ne sarebbe nemmeno il bisogno, conoscendo il tuo carattere egoista basta usare l’intuito. Eppure sai che io non sono solito usare scorciatoie simili, che non mi piace stare lì a rinfacciarti il tuo stesso modo di essere e resto dunque lì a guardarti mentre fondamentalmente ti parli addosso. Non è neppure così importante che io presti attenzione, in fondo l’argomento della conversazione è sempre quello: tu stesso. Il guaio è che non mi hai mai capito, ma solo perché non ci hai mai veramente provato.

Quando pensavo che ritornare a studiare sarebbe stata la sfida più dura mi sbagliavo di grosso, negli ultimi tempi l’ambiente circostante trabocca di risposte pronte ad essere colte come frutti di stagione.

Per un pò le domande le lascio agli altri.

D’altronde la tua vita cambia e anche quella degli altri. A volte sei talmente preso dai tuoi problemi che non ti accorgi di quelli che hanno gli altri. Non pensi ai sacrifici di tua madre che fa di tutto per -che ne so- mandarti a scuola, per vederti avere successo. Per non farti mancare mai nulla e per vederti sereno, nonostante fosse lei sola a doverti crescere.
Forse alcune cose stanno bene lì dove sono ma, anche se non ci ho mai creduto, confesso che a volte non ho avuto scelta.

Until you.

1 aprile 2010

E’ chiedere troppo un pò di tempo per capire…per capirsi? A sentirti parlare, sembra quasi che riflettere sia diventato superfluo, basta fermarsi a sentire, percepire. Se lo dici tu. Mi chiedi cos’è quella lacrima sul labbro, rispondo che è scesa, senza averne il permesso.
Spero che prima o poi capirai, come ho fatto anch’io, che una cosa è conoscere il sentiero giusto, un’altra è imboccarlo. E se per una volta mettessimo da parte le definizioni? Se ci buttassimo alle spalle quei meccanismi di difesa oramai diventati statici e drammaticamente prevedibili? Ultimamente non ho più il ritmo cardiaco sotto controllo, diciamo che ho avuto giorni migliori; questo blog contiene più “sostanza” che il cranio di alcune persone, il ché non sarebbe un problema, se non fosse che con queste persone ci devo convivere pur non essendo parte della mia famiglia. Dopo tutto fuori è un mondo fragile, l’importante è saperlo.

A tavola il telegiornale fa da colonna sonora e mia madre, all’ennesima notizia di cronaca nera, si lascia scappare un laconico “ma perché tutti questi omicidi?” Io sorvolo, ma non posso fare a meno di pensare che se conoscesse la gente di merda che conosco io si renderebbe conto che certi fenomeni in fondo si spiegano da soli. Mentre lascio che la mia percezione del tempo mi venga strappata dalle mani, la primavera aggredisce senza timidezza alcuna la mia Bologna; guardo fuori dalla finestra e non par vero, guardo le nuvole come non avevo mai fatto prima…come se non fossero mai esistite. Magari la prossima volta rinasco sotto forma di muffin, che sicuramente mi riserverebbe come tragico epilogo l’essere divorato vivo ma almeno morirei per una buona causa.

Nelle puntate precedenti [a.k.a. 'take two']

6 marzo 2010

Questa mattina mi sono svegliato con un pensiero davvero tremendo che saltellava da un emisfero all’altro del mio encefalo: la realizzazione del fatto che la mia auto non ha airbags; no, nemmeno nel volante. Sarà che nell’ormai lontano 1995 -anno in cui la mia macchina è stata immatricolata- le case automobilistiche non erano obbligate dalla legge a mettere da parte la loro avidità capitalistica nemmeno per un istante in nome dell’incolumità dello sventurato guidatore, ma tant’è. Se non altro guido bene, certo parcheggio di merda ma al volante me la cavo davvero bene, oltretutto ho sempre sostenuto che la probabilità che il sottoscritto muoia in un incidente d’auto è inversamente proporzionale alla quantità di persone che in questo momento desidera che ciò accada, indi per cui potrei anche iniziare a guidare bendato che non mi accadrebbe niente di ché.

Mi stavo giusto chiedendo come mai certe persone riescono a toccarsi il naso con la lingua ed io invece no. E dire che la lingua lunga non mi manca ma fa lo stesso; a questo punto, non potendo colmare questa mia lacuna, sarebbe il caso di chiedersi se esiste qualcuno in grado di fare il contrario, ovvero di toccarsi la lingua con il naso…a parte gli elefanti intendo. Ma dato che tutto ciò ha senso quanto una dichiarazione di Lady GaGa sullo stato attuale del mondo dell’arte visuale, potrei mettermi a contare le piastrelle pseudo rosa salmone del mio bagno oppure dare un minimo di sostanza contestuale a questo post. E così sia, vediamo se mi ricordo ancora come si fa…

B è la mia lettera scarlatta, come blogger, come brightside, come beneficio (del dubbio magari). A seguito di diversi stravolgimenti quassù nel mondo reale -mondo in cui tutto diventa progressivamente il contrario di tutto- ci avevo dato un taglio. Non scrivevo veramente da una vita. Il passato è passato, dicono. Sì, perchè c’è stato un momento della mia vita in cui era talmente forte il desiderio da parte mia di essere invisibile come certe persone mi facevano sentire(vaffanculo n.d.r.) che alla fine lo diventai davvero. Tempi difficili insomma, facendo così fatica a vivere un presente di cui non sopportavo il peso, non potevo certo guardare al futuro con ottimismo…potevo solo aggrapparmi ad un qualcosa che semplicemente non c’era, me stesso appunto, sembrava il ripetersi di un’anonima chiamata ad un numero per il quale rispondeva sempre un’altrettanto anonima segreteria…ogni santo giorno. Il domani era così lontano:

«Ero uscito dal lavoro tutto imbacuccato pensando a chissà quale temporale in arrivo eppure il cielo si era già schiarito. Il calore del sole rendeva tutto più gradevole, persino il traffico. Spostarsi in automobile all’ora di punta è davvero una spina nel fianco. Nervosismo che si aggiungeva ad altro nervosismo, già…gli ultimi mesi sono stati davvero intensi; mentre cercavo di raggiungere il centro storico, mi maledicevo per non aver mai pensato di comprare un motorino.
Arrivato a destinazione e superato lo scoglio del parcheggio, mi sono messo alla ricerca dell’edificio in cui avevo l’appuntamento. Non erano neanche le sette di sera, ero in largo anticipo, così decido di fare due passi lì intorno per allentare la tensione. Ho deglutito più volte, non ero mai stato da una psicoterapeuta e non sapevo bene cosa aspettarmi, se non che non avevo più scuse e che era arrivato il momento di aprire il vaso di Pandora. Forse la cosa che mi spaventava di più era la consapevolezza che una volta intrapresa la strada verso me stesso, non sarei più potuto tornare indietro, si trattava di un senso unico. Però era arrivato il momento.
La gente parla, critica, giudica, agisce avventatamente senza prestare attenzione ai dettagli realmente importanti ma non si mette mai in discussione fino in fondo. Io invece, in direzione ostinata e contraria, ho scelto di intraprendere questo cammino affidandomi ad un professionista. Il fatto è che volevo smettere di trattenere il fiato e resistere; mi sono reso conto che per il momento è più importante esistere piuttosto che resistere, è tutto intorno a me, devo solo fare un passo in avanti e tendere le braccia verso l’ignoto.

Ero arrivato all’appuntamento con largo anticipo, come al solito. D’altronde è raro che io sia in ritardo, detesto esserlo. La strada ad un tratto si fece silenziosa, come se il tempo si fosse fermato. Davanti a me un enorme cancello in ferro battuto, il tutto piuttosto anonimo, probabilmente non lo avrei notato se non fosse che era proprio lì che dovevo andare. Prima di entrare mi giro un’ultima volta indietro: stranamente non c’era più nessuno, solo degli immensi alberi di tiglio che guardavano l’affievolirsi del sole, ormai al tramonto. Mentre percorro il vialetto asfaltato non sapevo bene che pensare, o forse mi stavo chiedendo se fosse appropriato dover per forza pensare a qualcosa di specifico in un momento simile e siccome porsi domande stupide è sempre stata la norma, mi sono ripetuto per la ventesima volta che era il caso di darmi una calmata. Entro e attendo, essendoci una persona ancora in seduta, mentre mi guardo un pò intorno. Una strana calma regna e per ingannare quei pochi minuti di attesa decido di usare il bagno. Pochi istanti dopo la dottoressa apre la porta intimando alla paziente di uscire velocemente senza guardare nessuno in viso, mi accoglie e mi invita ad entrare. Si comincia. La prima cosa che mi sento dire è che di me sa già molte cose, ma io non mi scompongo più di tanto, sapevo che mia sorella le aveva parlato anche di me, ma dopo tutto io sono un chiacchierone e non riesco a fermare il fiume di parole che sgorga dalla mia bocca.
“Perchè sei venuto qui?”
“Perchè era il momento, perchè lo desideravo molto; se non mi aiuto da solo non posso certo pretendere che lo faccia qualcun altro al mio posto”

Una delle prime cose che mi è venuto da pensare è che si vedeva che era una professionista, non saprei spiegare il perchè ma era certamente una sensazione molto forte ed io, pur non essendomi sempre fidato del mio istinto, l’ho sempre ascoltato. Dopo aver cercato di descrivere in breve quello che sento e quello che mi sta succedendo mi viene posta una domanda davvero semplice -quasi banale- ma che non mi ero mai posto. La dottoressa mi sorride e mi chiede come immagino la situazione “io e il mondo”, magari con un colore o una struttura architettonica – mi suggerisce. Rimango un tantino inebetito; spiazzato, le dico che devo pensarci un attimo e quindi chiudo gli occhi. In effetti non c’è nessuna struttura, nessun muro. Io vedo la linea dell’orizzonte verso il quale voglio dirigermi. E’ tutto intorno a me. Finita la seduta ci stringiamo la mano, entrambi soddisfatti del tempo trascorso insieme e torno verso la macchina, più leggero e consapevole.
Verso il confine dell’orizzonte.»

Con il proseguire del tempo e degli sforzi, l’oceano del cambiamento finì con il bagnare anche le mie spiagge; il domani era finalmente giunto? O ero io ad essermi catapultato verso di esso nel sacrosanto tentativo di non buttarmi via così scioccamente? La candela che fa’ il doppio della luce forse durerà la metà, ma a quel punto, guardandomi allo specchio, capii che ne valeva ancora la pena.


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