Questa mattina mi sono svegliato con un pensiero davvero tremendo che saltellava da un emisfero all’altro del mio encefalo: la realizzazione del fatto che la mia auto non ha airbags; no, nemmeno nel volante. Sarà che nell’ormai lontano 1995 -anno in cui la mia macchina è stata immatricolata- le case automobilistiche non erano obbligate dalla legge a mettere da parte la loro avidità capitalistica nemmeno per un istante in nome dell’incolumità dello sventurato guidatore, ma tant’è. Se non altro guido bene, certo parcheggio di merda ma al volante me la cavo davvero bene, oltretutto ho sempre sostenuto che la probabilità che il sottoscritto muoia in un incidente d’auto è inversamente proporzionale alla quantità di persone che in questo momento desidera che ciò accada, indi per cui potrei anche iniziare a guidare bendato che non mi accadrebbe niente di ché.
Mi stavo giusto chiedendo come mai certe persone riescono a toccarsi il naso con la lingua ed io invece no. E dire che la lingua lunga non mi manca ma fa lo stesso; a questo punto, non potendo colmare questa mia lacuna, sarebbe il caso di chiedersi se esiste qualcuno in grado di fare il contrario, ovvero di toccarsi la lingua con il naso…a parte gli elefanti intendo. Ma dato che tutto ciò ha senso quanto una dichiarazione di Lady GaGa sullo stato attuale del mondo dell’arte visuale, potrei mettermi a contare le piastrelle pseudo rosa salmone del mio bagno oppure dare un minimo di sostanza contestuale a questo post. E così sia, vediamo se mi ricordo ancora come si fa…
B è la mia lettera scarlatta, come blogger, come brightside, come beneficio (del dubbio magari). A seguito di diversi stravolgimenti quassù nel mondo reale -mondo in cui tutto diventa progressivamente il contrario di tutto- ci avevo dato un taglio. Non scrivevo veramente da una vita. Il passato è passato, dicono. Sì, perchè c’è stato un momento della mia vita in cui era talmente forte il desiderio da parte mia di essere invisibile come certe persone mi facevano sentire(vaffanculo n.d.r.) che alla fine lo diventai davvero. Tempi difficili insomma, facendo così fatica a vivere un presente di cui non sopportavo il peso, non potevo certo guardare al futuro con ottimismo…potevo solo aggrapparmi ad un qualcosa che semplicemente non c’era, me stesso appunto, sembrava il ripetersi di un’anonima chiamata ad un numero per il quale rispondeva sempre un’altrettanto anonima segreteria…ogni santo giorno. Il domani era così lontano:
«Ero uscito dal lavoro tutto imbacuccato pensando a chissà quale temporale in arrivo eppure il cielo si era già schiarito. Il calore del sole rendeva tutto più gradevole, persino il traffico. Spostarsi in automobile all’ora di punta è davvero una spina nel fianco. Nervosismo che si aggiungeva ad altro nervosismo, già…gli ultimi mesi sono stati davvero intensi; mentre cercavo di raggiungere il centro storico, mi maledicevo per non aver mai pensato di comprare un motorino.
Arrivato a destinazione e superato lo scoglio del parcheggio, mi sono messo alla ricerca dell’edificio in cui avevo l’appuntamento. Non erano neanche le sette di sera, ero in largo anticipo, così decido di fare due passi lì intorno per allentare la tensione. Ho deglutito più volte, non ero mai stato da una psicoterapeuta e non sapevo bene cosa aspettarmi, se non che non avevo più scuse e che era arrivato il momento di aprire il vaso di Pandora. Forse la cosa che mi spaventava di più era la consapevolezza che una volta intrapresa la strada verso me stesso, non sarei più potuto tornare indietro, si trattava di un senso unico. Però era arrivato il momento.
La gente parla, critica, giudica, agisce avventatamente senza prestare attenzione ai dettagli realmente importanti ma non si mette mai in discussione fino in fondo. Io invece, in direzione ostinata e contraria, ho scelto di intraprendere questo cammino affidandomi ad un professionista. Il fatto è che volevo smettere di trattenere il fiato e resistere; mi sono reso conto che per il momento è più importante esistere piuttosto che resistere, è tutto intorno a me, devo solo fare un passo in avanti e tendere le braccia verso l’ignoto.
Ero arrivato all’appuntamento con largo anticipo, come al solito. D’altronde è raro che io sia in ritardo, detesto esserlo. La strada ad un tratto si fece silenziosa, come se il tempo si fosse fermato. Davanti a me un enorme cancello in ferro battuto, il tutto piuttosto anonimo, probabilmente non lo avrei notato se non fosse che era proprio lì che dovevo andare. Prima di entrare mi giro un’ultima volta indietro: stranamente non c’era più nessuno, solo degli immensi alberi di tiglio che guardavano l’affievolirsi del sole, ormai al tramonto. Mentre percorro il vialetto asfaltato non sapevo bene che pensare, o forse mi stavo chiedendo se fosse appropriato dover per forza pensare a qualcosa di specifico in un momento simile e siccome porsi domande stupide è sempre stata la norma, mi sono ripetuto per la ventesima volta che era il caso di darmi una calmata. Entro e attendo, essendoci una persona ancora in seduta, mentre mi guardo un pò intorno. Una strana calma regna e per ingannare quei pochi minuti di attesa decido di usare il bagno. Pochi istanti dopo la dottoressa apre la porta intimando alla paziente di uscire velocemente senza guardare nessuno in viso, mi accoglie e mi invita ad entrare. Si comincia. La prima cosa che mi sento dire è che di me sa già molte cose, ma io non mi scompongo più di tanto, sapevo che mia sorella le aveva parlato anche di me, ma dopo tutto io sono un chiacchierone e non riesco a fermare il fiume di parole che sgorga dalla mia bocca.
“Perchè sei venuto qui?”
“Perchè era il momento, perchè lo desideravo molto; se non mi aiuto da solo non posso certo pretendere che lo faccia qualcun altro al mio posto”
Una delle prime cose che mi è venuto da pensare è che si vedeva che era una professionista, non saprei spiegare il perchè ma era certamente una sensazione molto forte ed io, pur non essendomi sempre fidato del mio istinto, l’ho sempre ascoltato. Dopo aver cercato di descrivere in breve quello che sento e quello che mi sta succedendo mi viene posta una domanda davvero semplice -quasi banale- ma che non mi ero mai posto. La dottoressa mi sorride e mi chiede come immagino la situazione “io e il mondo”, magari con un colore o una struttura architettonica – mi suggerisce. Rimango un tantino inebetito; spiazzato, le dico che devo pensarci un attimo e quindi chiudo gli occhi. In effetti non c’è nessuna struttura, nessun muro. Io vedo la linea dell’orizzonte verso il quale voglio dirigermi. E’ tutto intorno a me. Finita la seduta ci stringiamo la mano, entrambi soddisfatti del tempo trascorso insieme e torno verso la macchina, più leggero e consapevole.
Verso il confine dell’orizzonte.»
Con il proseguire del tempo e degli sforzi, l’oceano del cambiamento finì con il bagnare anche le mie spiagge; il domani era finalmente giunto? O ero io ad essermi catapultato verso di esso nel sacrosanto tentativo di non buttarmi via così scioccamente? La candela che fa’ il doppio della luce forse durerà la metà, ma a quel punto, guardandomi allo specchio, capii che ne valeva ancora la pena.